martedì 21 maggio 2019

Kant

KANT 


Immanuel Kant  è stato un filosofo tedesco. Fu il più importante esponente dell'Illuminismo tedesco, anticipatore degli elementi fondanti della filosofia idealistica e della modernità. Autore di una vera e propria rivoluzione filosofica ("rivoluzione copernicana"), con lui la filosofia perde l'aspetto dogmatico metafisico tradizionale ed assume i caratteri di una ricerca critica sulle condizioni del conoscere.


IL  PROBLEMA  DELLA  CONOSCENZA  NELLA  CRITICA  DELLA  RAGION PURA


Secondo Kant l'uomo può conoscere in modo obiettivo soltanto ciò che concerne l'esperienza fenomenica, cioè tutto quello che rientra nella sfera della sensibilità, il cui materiali sono organizzati dal soggetto attraverso specifici strumenti intellettivi.


L'indagine sulla ragione

Si tratta di una questione che il filosofo affronta nella prima delle sue critiche, in cui Indaga a fondo il rapporto tra la conoscenza sensibile e quella razionale. Il punto di partenza della sua indagine è la domanda intorno alla possibilità della metafisica come scienza. A questo scopo, il filosofo istituisce un processo alla ragione, per vagliare Le fonti da cui possiamo validamente attingere le nostre conoscenze e stabilirne al tempo stesso i limiti punto canto osserva che la scienza produce conoscenza affidabili in quanto si basa sui giudizi sintetici a priori. Questo implica che nell'atto conoscitivo intervengano due aspetti: un contenuto empirico costituito dalle impressioni sensibili derivanti dall'esperienza, e delle forme a priori, cioè le modalità con cui la mente umana ordina e unificata le impressioni. Questa visione della conoscenza comporta il ribaltamento dei rapporti tra soggetto e oggetto: Infatti nella precedente riflessione filosofica era la mente a doversi adeguare alla realtà, ricevendo passivamente i dati dell'esperienza, ora è la realtà che, nell'atto conoscitivo, Si deve adeguare alle facoltà umane attraverso cui è percepita e ordinata ( rivoluzione copernicana).




Le forme della conoscenza


Kant analizza le due forme valide di conoscenza, quella sensibile e quella intellettiva, rispettivamente nelle due parti della Critica della ragion pura intitolate Estetica trascendentale e Analitica trascendentale. Le forme a priori della sensibilità vengono individuate nello spazio e nel tempo : esse sono le condizioni in virtù delle quali si percepiscono gli oggetti . Più in particolare, lo spazio è una rappresentazione a priori che sta a fondamento di tutte le interruzioni delle cose esterne; il tempo è un intuizione pura che sta alla base della percezione dei nostri stati interiori. La sensibilità costituisce il primo, necessario, gradino della conoscenza, ma per ottenere la conoscenza autentica dobbiamo spingerci oltre, per indagare una facoltà superiore: Il pensiero, il quale si articola sua volta in intelletto e ragione. È Grazie all'attività sintetica dell'intelletto che gli oggetti da noi intuiti sulla base della sensibilità vengono ulteriormente unificati attraverso i concetti puri o categorie. Per Kant la sensibilità e intelletto sono entrambi indispensabili alla  conoscenza: l'esperienza senza i concetti e cieca, mentre i concetti senza l'esperienza sono vuoti.




L'io penso

Per giustificare la legittimità dell'applicazione delle categorie dell'intelletto ai dati dell'esperienza il filosofo ricorre al io penso, la Suprema funzione sintetizzatrice, base di tutta la conoscenza. Senza Dio Penso detto anche autocoscienza, l'uomo avrebbe rappresentazioni confuse disperse E inoltre non potrebbe riferirsi a se stesso. La fondazione del processo conoscitivo sull' io penso, che nella sua attività sintetizzatrice dell'esperienza utilizzare categorie, giustifica l'applicazione di queste ultime alla realtà, che è conoscibile solo in relazione alla funzione di categorizzazione operata dall'io penso.




Fenomeno e noùmeno

La realtà di cui io penso è legislatore è unicamente la realtà fenomenica, ossia la realtà ci appare all'uomo attraverso le sue facoltà e che costituisce l'orizzonte entro cui egli può ottenere la vera conoscenza. La dimensione che si estende al di là del fenomeno, cioè la dimensione delle cose in sé, è per Kant "pensabile " ( Infatti è denominata noùmeno, cio' che e' pensabile) ma non "conoscibile". 



La funzione regolativa della ragione

Dammi la fisica, in quanto avanza la pretesa di costruire idee che vanno oltre L'esperienza possibile, è contraddittoria. Infatti canto, nell'ultima sezione della prima critica, dimostra l'infondatezza delle tradizionali prove psicologiche virgola cosmologiche e teologiche punto tali prove si basano sulle idee metafisiche di anima, mondo e Dio che, presupponendo una totalità inaccessibile all'intelletto umano, non hanno valore conoscitivo, ma soltanto regolativo, perché rispondono a un bisogno dell'animo umano di andare oltre l'infinito e la natura punto l'uomo si comporta come se l'anima fossi mortale, il mondo fosse un cosmo ordinato e Dio esistesse, pur senza poterlo dimostrare.





Nella critica della ragione pura 
Si afferma che:
  • Occorre condurre un analisi sui fondamenti della conoscenza, al fine di appurare quali sono le condizioni di possibilità della scienza, e capire se è possibile una metafisica come scienza, a questo scopo si analizzano le proposizioni della scienza, ovvero i giudizi. 
                                                        Si sostiene che: 
  • I giudizi si distinguono in tre tipologie: 
  1.  Analitici: in essi il predicato esplicita solo il contenuto del soggetto, e  possiedono universalità e necessità ma non accrescono il sapere;
  2.  Sintetici a posteriori: in essi il predicato aggiunge novità al soggetto e accrescono il sapere ma sono particolari e contingenti;
  3.  Sintetici a priori: accrescono il sapere e sono dotati di universalità e necessità.
  •  Nei giudizi sintetici a priori si possono distinguere: 
  1.  L'aspetto materiale: le impressioni sensibili che il soggetto riceve passivamente dall'esperienza;
  2.  L'aspetto formale: le modalità con cui la mente ordina attivamente le impressioni.
         Entrambi portano  alla rivoluzione copernicana, secondo la quale non è la mente a doversi adeguare alla realtà, ma la realtà a doversi adeguare alle modalità conoscitiva del soggetto.

                                                              

  La dottrina degli elementi 


          suddivisa in: 
  • Estetica trascendentale, che studia la conoscenza sensibile, la quale è passiva e attiva al tempo stesso, infatti riceve dall'esperienza i dati percettivi e li organizza attraverso due forme a priori; 
  1. Spazio: la forma del senso esterno;
  2. Tempo: la forma del senso interno.
  •   Logica trascendentale, suddivisa a sua volta in: 
  1.  Analitica trascendentale, che studia la facoltà dell'intelletto e consente di unificare le intuizioni sensibili sotto 12 categorie; la legittimità della loro applicazione è giustificata con la deduzione trascendentale, secondo cui, tutto il processo conoscitivo è fondato sull' "io penso", il legislatore della natura, intesa come realtà fenomenica, distinta dalla realtà noumeica; 
  2.  Dialettica trascendentale: che studia la ragione e cerca di superare i limiti dell'esperienza, attraverso:
         - Unificazione dei dati del senso interno ---> idea dell'anima;
            - Unificazione dei dati del senso esterno ---> idea del mondo; 
                     - Unificazione dei dati del senso interno ed esterno ---> idea di Dio.




IL  PROBLEMA  DELLA  MORALE  NELLA  CRITICA  DELLA  RAGION  PRATICA



Secondo il filosofo il criterio dell'azione risiede nell'uomo e, in particolare, in una legge morale iscritta nel suo animo quale "fatto della ragione" incondizionato e universale, che s'impone come un dovere


Distinguendo tra imperativi ipotetici (condizionati, del tipo "se vuoi essere onorato, rispetta la parola data") e imperativi categorici (incondizionati, del tipo "non mentire mai"), Kant sostiene che la morale si fonda solo e unicamente su questi ultimi. 

L'etica kantiana, pertanto, si configura come un'etica "formale", in quanto non prescrive comportamenti particolari, bensì solo la "forma" delle azioni morali che, per essere tali, devono corrispondere al principio di universalizzazione.
Secondo il quale un'azione si  può definire morale se possiamo volere che essa divenga una una norma del comportamento di tutti gli uomini.
Kant poi amplia tale principio attraverso le tre celebri formulazioni dell'imperativo categorico:
  1. "agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso,puoi volere che divenga una legge universale"
  2. "agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo"
  3. agisci in modo tale che "la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice"




Una conseguenza importante della fondazione della morale sulla ragione è il fatto che perfino la religione ne risulta condizionata.


Le principali credenze religiose, infatti, cioè l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, coincidono perfettamente con i postulati della ragion pratica, che ineriscono alla morale come condizioni della sua stessa esistenza e pensabilità ( insieme alla libertà che ne è il presupposto essenziale, in quanto senza libertà non vi è autonomia).



Si deve infatti ammettere un Dio, onnipotente e intelligente,  grazie a cui si può pensare che il sommo bene ricercato nella vita morale e dato dall'unione di felicità e virtù sia realizzabile; allo stesso modo, dal momento che il sommo bene non è conseguibile entro i limiti della vita terrena, occorre postulare una vita dopo morte in cui sia possibile progredire verso di esso.  



Dio e l'anima non sono oggetto di dimostrazione, ma rappresentano una ragionevole speranza per l'uomo. 
In ciò consiste il "primato" della ragion pratica rispetto alla ragion pura: sul piano pratico la ragione ammette proposizioni che sarebbero inammissibili dal punto di vista teoretico.


LA CRITICA DELLA RAGION PRATICA

Nella Critica della ragion pratica si afferma che la legge morale è un fatto della ragione.
E' incondizionata e universale e ha la forma del comando perché deve contrastare la sensibilità e gli impulsi egoistici.

La ragion pratica coincide con la volontà che è la facoltà che permette di agire sulla base di principi normativi le massime, prescrizioni di carattere soggettivo, e gli imperativi, prescrizioni di carattere oggettivo...
...distinti a loro volta in imperativi ipotetici e imperativi categorici.

L'azione è morale quando è compiuta solo in vista e per rispetto del dovere e soddisfa il principio di universalizzazione, ampliato attraverso le tre formulazioni dell'imperativo categorico, che impongono di agire:
  • soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale
  • in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo
  • in modo tale che la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice

La moralità richiede la conformità al dovere ma anche la convinzione interiore. In essa l'uomo si eleva al di sopra del sensibile e delle leggi di natura. Su di essa si fonda la religione, infatti le principali dottrine religiose sono postulati della ragion pratica.
L'esistenza di Dio garantisce la possibilità del sommo bene.
L'immortalità dell'anima garantisce la realizzabilità del sommo bene.



IL PROBLEMA ESTETICO NELLA CRITICA DEL GIUDIZIO


Kant analizza il "sentimento" che egli considera intermedio tra l'intelletto e la ragione e che identifica con la facoltà del giudizio: è attraverso esso che l'uomo coglie la bellezza delle cose e fa esperienza della finalità insita nel reale.

L' argomentazione di Kant inizia con l'importante distinzione tra due tipi di giudizio:



  1.  Giudizi del'intelletto,  giudizi determinanti in quanto unificando il molteplice attraverso le categorie dell'intelletto, determinano quindi l'oggetto fenomenico.
  2. Giudizi del sentimento, giudizi riflettenti che cioè si limitano a riflettere sull'oggetto già costituito. I giudizi riflettenti a loro volta possono essere di due tipi:

  •  giudizi estetici, che identificano il bello con ciò che piace universalmente
  • giudizi teleologici, che riflettendo sulla natura, colgono un ordine finalistico rispondente agli interessi di noi uomini. 


 La prima parte della "Critica del giudizio" è dedicata all'analisi del giudizio estetico, e si concentra sui concetti di "bello" e "sublime".

Il giudizio estetico è puramente contemplativo e disinteressato: non riguarda l'oggetto in sé ( la sua esistenza o il suo possesso), bensì la sua rappresentazione e il piacere che comporta.

Il giudizio di gusto inoltre esige l'universalità, la quale però non deriva dai concetti.

La pretesa di universalità dei giudizi di gusto risiede nella comune struttura mentale degli uomini, cioè nelle condizioni a priori di tali giudizi: infatti in tutti i soggetti esiste un "senso comune", che permette di cogliere l'accordo sussistente tra l'immagine della cosa e le nostre esigenze di unità e finalità.

In tale accordo e armonia consiste la bellezza, che dunque non appartiene alla cosa ma al soggetto.

A differenza del bello, che riguarda la forma dell' oggetto e quindi la sua limitatezza, il sublime si trova in in qualcosa di indefinito e privo di forma ed esprime il senso di ammirazione che proviamo di fronte alla straordinaria grandezza (sublime matematico) o  potenza (sublime dinamico) della natura.

Il sublime suscita sentimenti ambivalenti: da un lato la percezione della finitezza e dell'impotenza dell'uomo di fronte all'immensità dell'universo; dall'altro la consapevolezza della grandezza spirituale dell'uomo, in grado di elevarsi al di sopra del sensibile.

Attraverso l'esperienza del sublime l'essere umano riconosce un'infinità più profonda che è dentro di sé ed è caratterizzata dalla presenza della legge morale e della ragione.

L'ultima riflessione sulla "Critica del giudizio" è dedicata al giudizio teleologico (finalistico), il quale coglie anche nella natura la presenza di scopi e di finalità. Ma si tratta  solo di un'esigenza propria dell'uomo, che lo porta a ricercare le cause finali dei fenomeni naturali e che sfocia in un'evitabile visione teologica.

L'uomo infatti immagina un creatore che orienta gli organismi viventi (e quindi la natura intera) verso il proprio bene.

La teologia rimane un' ESIGENZA e non rappresenta una conoscenza oggettiva: essa infatti è il frutto di un giudizio riflettente, che, a differenza dei giudizi determinanti ( aventi valore conoscitivo), possiede un valore unicamente regolativo.


LA CRITICA DEL GIUDIZIO

Nella Critica del giudizio si analizza la facoltà del sentimento (facoltà del giudizio) intesa come organo dei giudizi riflettenti, i quali si distinguono dai giudizi determinanti  (dell'intelletto) che determinano l'oggetto fenomenico unificando il molteplice attraverso le categorie dell'intelletto. Essi si distinguono in giudizi estetici e teologici.

Il giudizio estetico nasce dal sentimento (di piacere o dispiacere). 
Esso è contemplativodisinteressato e universale, infatti in tutti gli uomini esiste un senso comune, il quale coglie l'accordo tra l'immagine della cosa e le nostre esigenze di unità e finalità. La bellezza non è nelle cose ma nel soggetto che le percepisce.

Il sublime è il sentimento dell'illimitato e si distingue in sublime matematico, che ha per oggetto la ''grandezza della natura'', e sublime dinamico, che ha per oggetto la ''potenza della natura''.

Il giudizio teleologico deriva da un'esigenza insopprimibile del soggetto, il quale è portato a supporre la presenza di un fine intrinseco nel mondo organico.




lunedì 20 maggio 2019

Hume

DAVID HUME


David Hume è stato un filosofo scozzese. È considerato il terzo e forse il più radicale dei British Empiricists ("empiristi britannici"), dopo John Locke e George Berkeley.


VITA E OPERE


Hume nasce nel 1711 a Edimburgo, in Scozia. Dopo i primi studi di giurisprudenza, Hume decide di dedicarsi alla filosofia e alle materie umanistiche.

Nel 1734, durante un viaggio in Francia, compone la sua prima e fondamentale opera, il Trattato sulla natura umana, ma non riscuote tuttavia il successo sperato. 
Due anni dopo, tornato in Inghilterra, pubblica la prima parte dei Saggi morali e politici, che invece viene accolta con tale entusiasmo da indurre Hume ad ampliarne il nucleo originario.
Ricoperti alcuni incarichi politici, funzionali al miglioramento delle proprie condizioni economiche, cerca di dare nuova forma al Trattato e compone la Ricerca sull’intelletto umano.
Nel 1752  compone una Storia di Inghilterra che suscita polemiche per via del carattere apertamente critico di alcune posizioni humeane e  pubblica anche la Ricerca sui principi della morale, rielaborazione della terza parte del Trattato sulla natura umana.
Lasciata l’Inghilterra nel 1763 si reca a Parigi, dove entra in contatto con l’ambiente illuminista e con i maggiori filosoficome Diderot e d’Alembert, Helvetius, d’Holbac, Turgot, Voltaire e Rousseau

Torna poi a Edimburgo, dove si spegne nel 1779, riuscendo però a ultimare i Dialoghi sulla religione naturale.


La filosofia di Hume è spesso definita come uno scetticismo radicale dal punto di vista teorico e moderato dal punto di vista pratico. Il suo pensiero può inoltre essere inscritto all'interno del naturalismo. Gli studi su Hume hanno spesso oscillato nel dare più importanza alla componente scettica (evidenziata dai positivisti logici) e coloro che hanno dato risalto al lato naturalista. Quel che è certo è che ebbe una decisiva influenza sullo sviluppo della scienza e della filosofia moderna.

Il suo pensiero nato sotto la luce delle correnti illuministiche del XVIII secolo, mirava a realizzare una "scienza della natura umana", in cui compie un'analisi sistematica delle varie dimensioni della natura umana, considerata la base delle altre scienze.
Con Hume la revisione critica dei sistemi di idee della tradizione giunge ad una svolta radicale. Egli delinea un "modello empirista di conoscenza" che si rivelerà critico verso l'illuministica fede nella ragione. Ne discende che Hume sia oggi considerato uno dei più importanti teorici del liberalismo moderno.


     Hume sosteneva che:




  • la fonte della conoscenza sono le percezioni, che si distinguono in: 
           - impressioni, percezioni immediate e vivide; 
           - idee, immagini illanguidite delle impressioni.

  • la memoria l'immaginazione consentono di conservare le impressioni e collegare le idee, tuttavia la mente non è totalmente libera perché procede secondo il principio di associazione, il quale opera in base a tre criteri: somiglianza, contiguità e causalità. 
  • le idee complesse garantiscono: 
          - una conoscenza certa, quando derivano da pure relazioni tra idee;
          - una conoscenza probabile, quando derivano da relazioni tra dati di fatto, le quali                  implicano il principio di causalità, che deriva da una tendenza soggettiva a                          cogliere una connessione necessaria tra due eventi successivi e contigui. 

  • la fiducia nella regolarità dei fenomeni è frutto dell'abitudine da cui deriva la credenza, utile per guidare la condotta umana, ma priva di certezza assoluta.
  • l'etica si fonda su criteri empirici e sul senso morale, infatti bisogna tenere distinti il piano dell'essere e quello del dover essere.